narrativa italiana

La fragilità umana. Grazia Deledda-Canne al vento

Copertina del libro Canne al vento di Grazia Deledda
La fragilità umana e la voglia di espiazione

La fragilità umana

 

Galte (NU), inizio del ‘900:

tre sorelle; Donna Ruth, Donna Esther e Noemi Pintor, nobildonne terriere decadute, vivono un’esistenza molto semplice supportate da Efix, il fedele servo e l’unico a gestire gli interessi di famiglia.

I genitori, don Zame e donna Cristina sono morti da tempo.

L’uomo, un vero padre-padrone, ha schiavizzato le figlie imponendo loro un destino al quale solo Lia, la terzogenita si è ribellata.

Lia era fuggita a Civitavecchia e don Zame aveva incolpato Efix.

Tra i due era scoppiato un violento alterco, al termine del quale Efix aveva involontariamente colpito don Zame a morte.

La fragilità umana genera conseguenze imprevedibili perché, prima o poi, tutti siamo canne al vento esposte alla furia della tempesta e

a questo destino non si sottragono i protagonisti del romanzo, soprattutto non vi si sottrae Efix.

Purtroppo questa tragedia segnerà per sempre l’umile servo, il quale assumerà il ruolo di guida di casa Pintor, evitando il tracollo.

Infattil la sua totale devozione alle tre dame lo renderà più simile ad un  amorevole padre che a un servo.

 

Il protagonista

 

È anziano, Efix, e sentendo prossima la fine comprende che l’unica salvezza per le sorelle Pintor è il matrimonio della riottosa Noemi con il cugino don Predu, ricco proprietario terrriero.

Altri personaggi fanno da corollario alla vicenda principale:

Giacinto, figlio di Lia, mal tollerato dalle zie perché squattrinato e sfaticato, sempre pronto a giustificare la sua errata condotta,

Grixenda, giovane ragazza madre considerata donna dai facili costumi,

il Milese, il signore più ricco di Galte,

il giovane Zuannantò,

Kallina l’usuraia,

la vecchia Pottoi, nonna di Grixenda,

i mendicanti, compagni d’avventura di Efix in un momento di grande fragilità umana causata da una forte sofferenza per il tragico episodio e dalla volontà di espiare le sue colpe.

Sullo sfondo svettano i monti dell’aspra Barbagia, terra d’origine di Grazia Deledda  sempre presente nelle sue opere.

La scrittrice fu paladina di una Sardegna d’inizio ‘900 sospesa tra il mondo arcaico delle superstizioni e l’avanzare inesorabile della modernità

La sua popolarità si estese ben oltre i confini italiani confermata dall’assegnazione del premio Nobel per la letteratura nel 1926 (è l’unica italiana ad aver ricevuto il massimo riconoscimento letterario mondiale).

Alla base del suo successo c’è la fragilità umana, la stessa che la scrittrice non conobbe mai perché visse un’esistenza felice sià nella famiglia d’origine, sia con il marito e i figli.

Grazia Deledda è morta a Roma nel 1936.

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Canne al vento

Per approfondire la conoscenza di Grazia Deledda si consiglia la lettura di questo saggio

lGrazia Deledda. Una vita per il Nobel

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