saggistica

Il magnate Donald Trump e Jarvanka. L’ ascesa alla Casa Bianca

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Copertina-Libro Michael Wolff -Fuoco e furia

Il magnate Donald Trump

L’imprevedibilità del magnate Donald Trump, rampollo di una dinastia con molti interessi in campo immobiliare, è nota sin dal suo affacciarsi alla vita pubblica, eppure nessuno avrebbe immaginato la candidatura alla presidenza degli Stati Uniti.

Vincitore delle primarie del partito repubblicano, senza il sostegno dell’ establishment i cui membri sono molto spesso da considerarsi alla stregua degli oppositori, questo signore dai capelli color platino e la mole imponente non è certamente un tipo affabile, disponibile al dialogo, elegante, raffinato e gentile..

Michael Wolff, giornalista politico, accolto da Trump nel suo quartier generale allestito alla Trump Tower, durante la campagna elettorale, ed in seguito alla Casa Bianca (Trump era  convinto che Wolff volesse scrivere la sua biografia), rivela dettagli sorprendenti sul quarantacinquesimo presidente degli Stati Uniti e sul suo staff.

Perché il magnate è sceso in politica? Che obiettivi avevano lui e i membri del suo staff?

Dopo averlo seguito per quasi un anno e mezzo Michael Wolff ha pubblicato le sue conclusioni in “Fuoco e furia”, un libro-scandalo andato veramente a ruba negli Stati Uniti, a gennaio di quest’anno.

L’aspetto più sorprendente è che il magnate non voleva davvero diventare il presidente degli Stati Uniti.

Come tutti i membri del suo staff, era convinto che a vincere sarebbe stata Illary Clinton.

Melania, sposata in terze nozze nel 2005, era tra i pochi nella sua vittoria e per questo motivo era derisa da Ivanka e da suo marito Jared Kushner.

Anche Steve Bannon, stratega della campagna elettorale, credeva nella vittoria finale.

Il magnate aveva in testa il progetto di un nuovo network televisivo e considerava la campagna elettore una grande vetrina pubblitaria.

Il consiglio è dell’amico Roger Ailes,ex capo di Fox News.

Ailes, infatti, sostiene che il miglior modo per fare tv è candidarsi alla presidenza.

Anche i membri del suo staff avevano traguardi personali da raggiunngere.

Bannon, avrebbe assunto la guida de facto del movimento del Tea Party.

Ivanka, primogenita di Donald Trump, e il marito Jared Kushner sarebbero diventati ambasciatori del marchio Trump.

Kellyanne Conway, direttrice della comunicazione, mirava al diventare una celebre giornalista televisiva.

Melania Trump sarebbe rimasta nell’ombra.

Reince Priebus e Katie Walsh avrebbero guidato il partito repubblicano.

La sera delle elezioni il futuro presidente era talmente terrorizzato da far piangere la moglie in pubblico.

Curiosamente, nell’arco di poco tempo, si convinse di aver vinto con merito e di poter diventare il nuovo presidente degli USA.

Presi in contropiede, i membri dello staff si lasceranno travolgere dal caos.

Niente organizzazione, tutti contro tutti tra invidie e gelosie.

Lo stratega responsabile del suo trionfo è Steve Bannon.

Il profilo che Wolff traccia su di lui non  è dei migliori.

Bannon non aveva nessuna esperienza politica e anche la gavetta non è delle migliori.

Da bambino studia in alcune scuole cattoliche a Richmond, Virginia e qualche anno dopo si laurea presso la Virginia Tech.

In questo periodo consegue un master alla School of Foreign Service della Georgetown University.

Dopo la rinuncia alla carriera navale consegue un master in Business Administration alla Harvard Business School.

Lavora per quattro anni in Goldman Sachs in veste di consulente finaziario raggiundendo al massimo un ruolo di medio livello

Nel 1990 lancia la Bannon & Co. , una società di consulenza finanziaria legata all’industria dell’intrattenimento.

In quegli anni diventa amico del magnate americano, del quale ama sottolineare l’imprevedibilità.

Nella sua agenda inserisce lo spostamento dell’ambasciata americana a Gerusalemme con il beneplacito di Netanyahu e Sheldon Adelson, il re dei casinò, filoisraeliano e sostenitore di Trump.

Sostiene l’eventualità  che la Giordania si annetta la Cisgiordania e l’Egitto la striscia di Gaza.

Accenna ad una possibile guerra civile in Arabia Saudita e in Egitto.

Cavalca il terrore di molti verso l’Iran.

E’ pesimista sulla situazione dello Yemen, nel Sinai e in Libia e anche per questo motivo vede nella Russia la chiave di svolta e nella Cina un nuovo nemico.

Ritira fuori il concetto di guerra fredda nei confronti del gigante dell’Asia, sottolineando la mancanza di lungimiranza del governo Obama su questo tema.

Considera incompetente l’intelligence americana di quel periodo .

Esprime un guidizio fortemente negativo sull’amministrazione Obama.

Considera il Pentagono totalmente disinteressato alla guerra contro l’Isis.

Secondo lui Barack Obama non avrebbe mai messo piede a Capitol Hill e neanche nel mondo degli affari.

Bannon ha rivelato a Wolff un dettaglio molto importante: durante la campagna elettorale Trump  ha cercato d’incontrare Putin ma “Quello non se l’è filato” (le parole virgolettate sono testuali).

Il nodo centrale nella politica di Bannon ( e di Trump) è la Cina, considerata uno stato ipernazionalista come la Germania degli anni ’30.

Il magnate americano non gli ha reso la vita facile nella Casa Bianca

Notoriamente irascibile, sa di non avere l’appoggio del partito repubblicano.

Nondimeno è consapevole dela disorganizzazione del suo staff che si protrae anche nella Casa Bianca.

Arriva a definire “scarti”i suoi collaboratori, invidiando quelli della Clinton (i migliori secondo lui).

Corey Lewandovsky, primo responsabile della campagna elettorale, è licenziato nel giugno 2016.

La stessa sorte tocca a Paul Manafort, il suo successore.

Nel frattempo ottiene il sostegno del miliardario Bob Mercer e della figlia Rebekah, pronti a sganciare 5 milioni di dollari e i loro luogotenenti: i già citati Bannon e Conway.

Dopo molte insistenze, Trump stanzia 10.000.000 di dollari.

In autunno la gaffe sulle belle donne,  ai microfoni di Billy Bush dells NBC, riduce al minimo la speranza di una vittoria.

L’argomento “donne” è l’input per parlare del rapporto con Melania.

Secondo Wolff il loro matrimonio non è di facciata considerati i numerosi elogi che le riserva sia quando lei è assente, sia in circostanze pubbliche, anche a costo di metterls in imbarazzo.

Certo è che i due hanno sempre condotto vite separate.

Marito notoriamente fedifrago, è sempre stato assente anche come padre con i primi quattro figli, ed in misura maggiore con Barron, avuto da Melania.

Quanto ai collaboratori bastano poche parole per caratterizzarli.

Mike Flynn, futuro consiliere per la sicurezza nazionale, sempre pronto ad attacare, fu consigliato da alcuni amici di non accettare 45.000 dollari dai russi per tenere un discorso, ma agì di testa sua, sostenendo che quel finanziamento avrebbe costituito un problema solo in caso di vittoria.

Manafort aveva collaborato con dittatori corrotti, grazie ai quali ha potuto accumulare una fortuna.

Jared Kushner, suo padre Charlie, i figli Ivanka, Don jr ed Eric hanno sempre gestito i loro affari al limite della legalità (come lo stesso Trump).

Ivanka Trump e il marito, Jared Kushner, da Bannon soprannominati Jarvanka, meritano un discorso a parte.

Michael Wolff ha descritto perfettamente il loro complesso rapporto e il forte legame con il presidente.

Nondimeno, appaiono chiari gli attriti con Steve Bannon che hanno costretto quest’ultimo a dimettersi.
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